BIOGRAFIA

Immaginiamo di incontrare Cesare camminare per le strade di Roma, di poterlo seguire restando invisibili, per incontrare solo l'uomo, non il politico né lo stratega.

Scopriremmo che nacque – il 13 Luglio del 100 a .C. -dove meno ce lo saremmo aspettati: nella Suburra, quartiere tutt'altro che nobiliare, dove Caio Cesare padre e sua moglie Aurelia vivevano: l'aristocrazia dei Giulii aveva portato loro prestigio sul nome, ma non nelle tasche. Per quanto sia difficile immaginarlo, anche Cesare fu un bambino come tutti, giocava con le due sorelle e aveva affettuosi rapporti con la servitù, caratteristica che manterrà a vita (infatti furono tre servuli gli unici a raccogliere il suo corpo in Curia, alle Idi), ed era il prediletto di mamma Aurelia, donna di polso e cultura, alla quale non sfuggirono le capacità di apprendimento e la versatilità del figlio, e lei per prima cercò di accrescerle in tutte le maniere. Evidentemente vi riuscì.

Non solo nelle lettere, ma Cesare riusciva a primeggiare anche nello sport e nella vita sociale. Era in grado di cavalcare con le mani dietro la schiena, e questo la dice lunga sulla resistenza fisica, dato che all'epoca le staffe non esistevano. Onde evitare di farci tristi immagini dovute a film così convenzionali da essere falsanti, bisogna dire che Cesare era alto e magro, aveva capelli e occhi neri. Non era una bellezza, ma aveva un viso intenso e carismatico, nonché occhi dallo sguardo mutevole, capace di trasmettere empatia e gelo con la stessa facilità. Lo sguardo di Cesare verrà ricordato da Dante, nel Purgatorio, incontrando Cesare armato e con gli occhi grifagni .

Aveva la fama di elegantone, da precursore dei tempi si depilava, per alcuni era anche effeminato, ma i pettegolezzi non lo disturbavano, anzi: l'eleganza gli piaceva e poteva permettersela, e le chiacchiere facevano il suo gioco, contribuendo a creare l'immagine di semplice giovanotto provocatore. Silla, però, che ebbe a scontrarsi col suo carattere di ferro, disse “State attenti a quel ragazzo che si allaccia male la cintura: in lui sono nascosti molti Marii”.

Studiò lettere con Antonio Gnifone, scrisse molto, frequentò il bel mondo, ma c'era in lui un'inquietudine pronta a concretizzarsi nel momento giusto. A differenza di molto romani, Cesare non bruciò le tappe. In Spagna, a 33 anni, vedendo la statua di Alessandro Magno pianse, perché alla sua età quello aveva conquistato il mondo, mentre lui non aveva fatto nulla di importante. Ma c'era una differenza di fondo tra Cesare e Alessandro, rinvenibile già nelle letture preferite. Mentre il macedone adorava l'Iliade, l'eroicità impulsiva e gloriosa di Achille, Cesare nutriva quegli stessi sentimenti verso l'Odissea, verso l'inarrestabile e astuto Ulisse.

La forza di volontà non gli mancava: grazie alla vita spartana riusciva a domare l'epilessia, il suo male segreto, che gli causava cefalee e periodi di depressione. Tale, probabilmente, era quello a ridosso delle Idi, il bisogno di partire per una nuova guerra e quel briciolo di fatalismo che gli aveva fatto congedare la guardia personale.
Sapeva essere frugale, dormire per terra per lasciare l'unico posto agli amici, mangiare poco senza badare alla raffinatezza del piatto, ma solo per convivialità. Non si faceva mancare, tuttavia, da sciupone, i soldi e le donne. Per i vari storiografi, anche gli uomini. In ogni caso, all'epoca non c'è differenza alcuna.

Il suo approccio alla politica, pur tardivo, è originale e sicuro (d'altronde era come un lavoro che si ereditava): senza perdere il più indecifrabile dei sorrisi, come se fosse indifferente e semmai superiore. E, in un certo senso, ciò che vedeva nel Senato romano non gli interessava: lentezza, vecchie beghe, elefantismo burocratico (male connaturato alla penisola?). Sembrava solo un provocatore troppo sicuro di sé, un giovane nobile diviso tra filantropia e libertinismo.
Invece da “surfista della vita” Cesare segue l'onda del destino: quando può la sottomette, altrimenti si lascia guidare senza darlo a vedere, pronto a cavalcarla di nuovo. Per tenere in caldo grandi sorprese, che cambiarono la Storia di Roma.

OPERE

Non ho le qualifiche e le intenzioni di trattare il contenuto del De bello gallico e del De bello civili, che sono reperibili ovunque, io posso solo riportarne i dati essenziali e le impressioni che un qualunque profano può avere.
Abituati a traduzioni frammentarie su libri di scuola, leggendo l'opera intera si viene avvolti dagli eventi serrati e ordinati come le fila dell'esercito romano, asciutti e panoramici nello stesso tempo. Basta una parola per cambiare tono a un passo, per caratterizzarlo marcatamente. Vista la sua posizione, Cesare poteva tranquillamente pavoneggiarsi, ma è una cosa che non fa, programmaticamente. Cesare è signore dei suoi mille volti: inflessibile e generoso, calcolatore e fraterno, passionale e controllato, trova nella campagna gallica un fine e uno scopo alle sue doti.
Se, fino a quell'evento, Cesare non aveva compiuto azioni memorabili, la spedizione in Gallia parte in sordina e si trasforma nel giro di un anno in qualcosa che cambierà per sempre il destino di più uomini e dell'Europa. Come fu, Cesare, in Gallia? Mi ha fatto piacere leggere su Amazon.com le parole di una lettrice, impressionata dal fatto che – quello che aveva conosciuto nei romanzi come un galante scavezzacollo- fosse un ‘genocida'. Mi ha fatto piacere perché quando sudi sulle traduzioni, dimentichi quel punto di vista. Basta che vincano in fretta, e che si arrivi all'agognata sufficienza. Solo dopo, rileggendo i risultati, le tattiche, le gesta è come se duemila anni di storia abbiano sublimato una guerra di sangue e di fango in un'impresa mitica e lontana dalla realtà. Sono contenta che ci sia ancora qualcuno che abbia la sensibilità di pensarlo.
Leggendo il De bello gallico si sente la genialità, la fermezza di Cesare, la rapidità nell'agire, la capacità di unire prudenza e sprezzo del pericolo, la capacità di sorprendere il nemico ma anche i suoi stessi soldati, gettandosi per primo nella mischia, condividendo con loro i disagi e i pericoli. Le pagine più sentite sono quelle in cui Cesare parla dei suoi ragazzi. Detto così, sembra si stia parlando di un romanzo, invece Cesare incanala questo materiale vivissimo nella logica ferrea della sua mente e del suo linguaggio. Asciutto ma elegante, incalzante, vigoroso, sintetico, mirato, il De bello gallico è il prodotto di una mente che trae forza dalle sue antitesi. Cesare, nel De bello gallico, vuole solo raccontare a Roma cosa sta succedendo, raccontare i fatti e gli eventi, ma non vuole stupire o gloriarsi. Non ancora.
Ovviamente nei punti più dolorosi e umilianti, la rabbia e l'imbarazzo trattenuti, si trasformano in frasi meno nitide del solito, e questo avviene soprattutto nel De bello civili . Non era, d'altro canto, un tema semplice. E pur continuando a fare- ovviamente- il proprio gioco, Cesare riesce a rendere anche il punto di vista del nemico senza infierisce sull'esercito di Pompeo se non con l'ironia.
Famosissimo è il fatto che Cesare scrivesse in terza persona, per non citarsi direttamente e per creare quel distacco verbale che è supporto all'obiettività mentale. Ma la cosa ha fruttato anche parecchie battute di classe dell'impagabile due di fumettisti Goscinny e Uderzo. O, come disse una studentessa del ginnasio, esasperata da una spiegazione non brillante: “A forza di ripeterci che il De bello gallico è scritto in terza persona, Cesare inizierà a scrivere al plurale e noi in terza persona!”
A chiusa del mio breve discorso e mettendo da parte gli scherzi credo che sia perfetta la definizione di Cicerone per i Commentarii di Cesare: Nudi, recti, venusti… semplici, schietti, aggraziati. Un involontario pendant al modo di affrontare la vita di Cesare: veni, vidi, vici.

DICONO DI LUI

“E tu Lucrezio come giudichi Cesare?”
“Severo con se stesso, generoso e indulgente con gli altri: quando non combatte. Quando combatte diventa impassibile, spietato, persino feroce, ma senza odio. Cesare non sa odiare. E ciò rende più detestabili le stragi che compie.”

Luca Canali, Nei pleniluni sereni , Longanesi, 1985

Sicché andava risolutamente al suo scopo senza mostrare un ardore precipitoso di raggiungerlo, ma senza perderlo mai di vista.

Boisser, Cicerone e i suoi amici , Aequa Roma, 1934

Cesare spiegò in questa bisogna [politica] la stessa energia che aveva spiegato come generale in battaglia. Voleva tutto vedere, tutto sapere, tutto decidere. Non ammetteva sprechi e incompetenza.

Indro Montanelli, Storia di Roma , BUR, 1994

E' passato – dice Lèmula – come quella lì,- e addita una rondine – così è passato Giulio Cesare, così passano gli uomini, e la loro storia, come nell'aria quella lì e come il tempo.
– Chi l'ha ucciso è fuggito,- disse, - ma è già come se avesse il piede nel mondo dei morti. Il suo destino è segnato, è legato.”
Il suo- disse Lèmula - e il nostro.
Tacquero. Era la verità, e la riconoscevano: celata, inevitabile; certa: destino. […]
- Ma è possibile- e Zalda tornò al suo pensiero, quasi con gioia dolorosa,- che siamo, ora, noi tre soli, tre soli noi a volergli bene?

Riccardo Bacchelli, I tre schiavi di Giulio Cesare , Mondadori, 1957

Ben potrei essere commosso se fossi come voi. Se sapessi pregare per commuovere, le preghiere mi commuoverebbero. Ma io sono costante come la stella del Nord, che per la sua fissità ed immobilità non ha compagna nel firmamento. I cieli sono dipinti con innumerevoli scintille; tutte sono fuoco e ognuna brilla, ma non ve n'è una che tenga il suo posto. Così nel mondo: esso è ben fornito di uomini, e gli uomini sono carne e sangue e dotati di intelletto; eppure tra tutti io non conosco solo uno che, inespugnabile, stia saldo al suo luogo, non scosso da alcuni: e questi sono io

William Shakespeare, Julius Caesar, Mondadori, 1991

…in lui si combinavano distacco nell'intimo dalla società senatoria e dall'ordine dominante insieme ad una grande fantasia politica, ad audacia, a obiettivi ambiziosi e a una forte volontà. Sorprese sempre tutti perché, grazie al suo distacco, coglieva più possibilità di quelle che apparivano a chi era coinvolto più profondamente nel gioco. Non solo era ambizioso, ma era anche in grado di realizzare i suoi obiettivi. Il suo disprezzo giovanile per i capi del Senato, riveriti, deboli e tronfi, trovò conferme e si trasformò nella coscienza di una superiorità personale, che era ben controllata ma tentava sempre nuovi limiti, talvolta andava oltre quanto era ragionevolmente possibile, senza riguardi e preoccupazioni, anzi con spavalderia […]Cesare si era abituato ad agire con un'efficacia totale, piena, esauriente, sempre coronata dal successo, e gli riuscì poi realmente difficile esporsi alle difficoltà e ai dissidi della società romana (nella fase di ricostruzione politica). In questo senso il comando di Gallia aveva lasciato il segno.

Christian Meier, Cesare, impotenza e onnipotenza di un dittatore. Tre profili biografici, Eiunaudi, 1995

…Balza agli occhi una ricca fantasia, un'enorme ingegnosità tecnico-tattica. Una sorprendente capacità di capire le situazioni in anticipo e fino in fondo, di cogliere la realtà apparente come apparenza e la realtà misconosciuta come realtà, di scorgere possibilità che normalmente non venivano percepite, e di essere avvedutamente pronto quasi a tutto. Conosceva, infatti, anche il potere del caso e non voleva essere in sua balìa. Famosa è la sua rapidità, la celeritas Caesaris. Degna di nota la capacità con la quale si adatta ad ogni novità, la capacità di imparare. […] Se questo tempo e il suo protagonista più significativo possono ancora affascinare, ciò dipende dal fatto che è un problema nostro quello che allora fu rappresentato là e la cui serità là si incontra. Accanto e nella dimensione storica c'è sempre quella antropologica. La grandezza di cesare, infatti, “se si osa tirare ancora di ballo questa parola patetica” non è “Né nell'mmacolatezza di un genio luminoso, né nella licenza di una libera amoralità (…) ma proprio nella sua umanità estremamente problematica, che unisce possibile splendore e ineludibile miseria, disgrazia e colpevolezza, e soprattutto (…) nella sua efficacia storica”, nella quale egli ha tanto costruito, ma anche tanto distrutto. Otto Seel, dai cui studi su Cesare è stata tolta questa citazione […] Ma nel fascino non sono forse contenute entrambe le cose, così che esso suscita un'impressione che è una miscela di entusiasmo e orrore, un'impressione che contemporaneamente attrae e ripugna, ed è comunque ammaliante?….

Christian Meier, Giulio Cesare. Il politico e il diplomatico, lo stratega e il condottiero, l'oratore e lo scrittore, Garzanti, 1993, pg 27, 29, 30

…perciò Cesare continuò a rischiare fino alla morte: perché aveva una grande fiducia nella buona sorte propiziata dall'iniziativa, e insieme non ne aveva alcuna.

L uca Canali, Personalità e stile di Cesare

“Quel che si è detto correntemente a proposito di Giulio Cesare e che Tito Livio riferisce- che cioè non si può dire che fosse meglio per la repubblica che lui nascesse o non nascesse – si può dirlo anche dei venti” Non è vero che sia un giudizio ostile, è un giudizio perplesso. […] Non è , né intende essere una faziosa demolizione: vuol essere equanime, ma nulla concedere a quei motivi che il cliché esaltatorio aveva imposto. […] Uccidendolo non si avvidero di aver eliminato il più lucido e lungimirante esponente del loro ceto.

Canfora, Giulio Cesare il dittatore democratico, Laterza, 1999, pg 380-384-385

IDI

Sono sempre state definite "fatali", e a ragione, secondo me. Perché, chiedendo venia per l'involontario gioco di parole, tutto pare...congiurare affinché accada il deliberato. In poche ore si intrecciano vari avvenimenti, vari avvertimenti riportati in maniera romanzesca, ma che sicuramente nascondono qualcosa di più. Però Plutarco si mostra un abile scenografo e affabulatore, per provarlo basta trovarsi in fuori città senza energia elettrica, e provare cosasa cosa possa voler dire la luce della luna.. .

Dopo cena si coricò, come era solito, accanto alla moglie; ed ecco che contemporaneamente si spalancarono tutte le porte e le finestre della camera: sconvolto dal rumore e dalla luce della luna che brillava, s'accorse che Calpurnia dormiva profondamente, ma nel sonno emetteva voci confuse e lamenti inarticolati …

Come ho detto, pochi conoscono la luce della luna, il suo effetto che è differente a seconda del nostro umore…e se nel silenzio avvolto da quella luce quasi liquida, avviluppante come un sudario, sentiamo un flebile lamento, un ‘pianto antico', del quale non possiamo nemmeno chiedere la causa, la scena è piuttosto terrificante. Diciamo che, avessi assistito io a una scena del genere, mi sarei tranquillamente alzata per il caffé, perché addio sonno.

Ma la giornata continua. The show must go on. Immaginando dialoghi e pensieri incrociarsi, in quel dì, potrebbe nascere un film o un libro decente.

Cesare pare essersi convinto a non andare in Senato: non si sente nemmeno tanto in forma, ed è rimasto impressionato perché la moglie, di solito molto scettica, era davvero spaventata. Mentre si appresta a godersi una giornata di riposo, arriva un interessato rompiscatole, Decimo Bruto Albino, che inizia a strepitare già da lontano, dandogli del borioso e dell'irrispettoso:…Se ora qualcuno avesse a dire ai Senatori che stavano in seduta di sciogliere la riunione e ritrovarsi quando Calpurnia avesse fatto sogni migliori, quali sarebbero stati i discorsi degli invidiosi? O chi avrebbe tollerato gli amici di Cesare se avessero tentato di dire che questa non era la schiavitù degli uni e la tirannia degli altri? Ma, aggiungeva Decimo Bruto, se proprio sembrava giusto considerare infausto quel giorno, meglio che si presentasse di persona a parlare in Senato e aggiornasse la seduta. Nel dir questo Bruto Albino prese per mano Cesare e lo condusse fuori …

E con un tempismo di razza:

Si era di poco allontanato dalla porta quando lo schiavo di un'altra famiglia desiderò parlargli, e siccome ne fu impedito da una gran calca si aprì a forza la strada verso la casa e si affidò a Calpurnia, pregando di tenerlo custodito fino al ritorno di Cesare in quanto aveva comunicazioni importanti da fargli.

E poi:

Artemidoro di Cnido, insegnante di lettere greche e per questo familiare di alcuni degli amici di Bruto, tanto che venne a sapere la maggior parte di quello che si tramava, venne con un libello contenente quanto intendeva denunciare…[…] Cesare lo prese, ma non poté leggerlo per la massa che gli si faceva incontro, anche se spesso si accinse a farlo e così, tenendolo in mano e conservando solo quello, entrò in senato…

All'ingresso del Senato fa un incontro con un simpatico indovino che già gli aveva predetto guai alle Idi di Marzo. Ma questa volta è il destino a governare e… sembra quasi uno studente universitario, questo Cesare, buttato giù dal letto a forza, con un rotolo sotto il braccio, che saluta e scherza –ironico- con l'indovino, prima di entrare in aula…

Cesare entrando in Senato salutò l'indovino e prendendolo in giro disse: ”Le Idi di marzo sono giunte” e quello tranquillamente: “Si, ma non sono ancora passate”

All'epoca il senato si riuniva nel portico esterno del Teatro di Pompeo, costruzione grandissima che andava da Campo de' Fiori fino a Largo Argentina, dove probabilmente c'è il punto incriminato. Quella zona l'ho percorsa in lungo e in largo, armata di cartine di Roma, archeologiche e moderne, per farmi un'idea dei tempi e dei luoghi. Potevo farlo perché vicino al teatro di Pompeo c'è una biblioteca privata dove dovevo fare alcune ricerche di diritto. Qui avviane il fattaccio. Inizia Cimbro, poi Casca, poi tutti gli altri.

Quando ognuno dei congiurati ebbe sguainato il pugnale, Cesare, circondato e ovunque volgesse lo sguardo incontrando solo colpi e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito come una bestia, venne irretito nelle mani di tutti; era infatti necessario che tutti avessero parte alla strage e gustassero il suo sangue […]quando vide che Bruto aveva estratto il pugnale si tirò la toga sul capo e si lasciò andare, o per caso perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui stava la statua di Pompeo. Molto sangue bagno quella statua, tanto che sembra che Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico che giaceva ai suoi piedi e agonizzava per il gran numero delle ferite. Si dice ne abbia ricevute ventitré molti si ferirono tra loro mente indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo .

Obiettivamente, letta riga per riga, questa scena è piuttosto impressionante. In greco vengono usate connotazioni sacrificali, ma forse solo Bruto aveva il senso morale per capirle. Pare che la statua di Pompeo in questione si trovi a palazzo Spada, nella zona. Comunque, quell'angolo della Curia di Pompeo fui chiuso. Fu murata. Nessuno aveva il coraggio di metterci piede. Dovrebbe corrispondere all'Area B di largo Argentina, oggi circondata dal traffico. Così, nello sgomento o nella furia, il destino fa il suo colpo di mano.

Possibile, mi sono sempre chiesta, che ad avvisare *seriamente* Cesare, il grande Cesare, siano state solo le persone più umili, che in politica non avevano peso? Un indovino cieco, una moglie fedele, uno schiavo, un insegnate greco….E infine, ci racconta Svetonio, tanto era lo stupore (i congiurati sbagliarono del tutto i loro conti: speravano di galvanizzare la collettività, ma l'effetto fu opposto), solo tre schiavetti – usa il diminutivo- che erano in zona per tutt'altri motivi, ebbero il coraggio di raccogliere il corpo di Cesare e caricarlo su una lettiga, per portarlo fino a casa. Mentre tutto si svolgeva sull'onda di emozioni violente, probabilmente gli unici che avranno pianto un uomo e non un capo, saranno stati proprio gli umili, quelli su cui la Storia passa indifferente: un indovino cieco, una moglie fedele, uno schiavo, un insegnante greco…e probabilmente anche Bruto.

Plutarco, sempre nella Vita di Cesare, racconta di un'apparizione minacciosa che si presenta come il suo cattivo demone, e lo ammonisce che si rivedranno a Filippi. Probabilmente era solo la sua coscienza, il rimorso di un giovane uomo scrupoloso e idealista. La stessa immagine, o lo stesso ricordo, ebbe la notte della battaglia di Filippi. Allora, aiutato da un amico per rendere il colpo più forte, si trafisse il petto con una spada.

ANEDDOTI

Spesso , di figure importanti come Cesare , non si conoscono che un paio di aneddoti. La morte, certo, se si va più avanti il passaggio del Rubicone. Potrebbero solo essere leggende, ma non bisogna mai dimenticare che dietro alle leggende c'erano uomini come noi, e nessuno mi toglie dalla testa che prima di tenere comportamenti tanto icastici si siano mangiati le unghie, abbiano passato notti insonni, gridato e pianto come noi. Da tenere conto anche che l'espressività, per un romano, era importante. Il “latino” gesticolava, parlava, spesso anche in maniera colorita… non, quindi, gli imbalsamati signori della TV. Inoltre, prendendoli per quello che sono, gli aneddoti possono essere spie o punte di iceberg di una personalità, restando consapevoli che non la esauriscono. Quindi vorrei proporre oltre a qualche aneddoto indispensabile, anche il mio preferito che è semi sconosciuto.

Avvertenza: tutti sono presi dalla biografia scritta da Plutarco. E' un libro che amo molto…è il primo libro della mia collezione (comprato a Latina il 15/10/1993, usato), lo lessi avidamente. Inoltre, a differenza di Svetonio, Plutarco non ha il gusto del pettegolezzo e riesce a scrivere delle pagine davvero belle, a tratti inquietanti.

Il suo racconto della notte delle Idi è degno di Tim Burton, mentre Svetonio si perde in pettegolezzi (onore al merito, però, per l'immagine della lettiga da cui pende un braccio). Ora come ora mi sto chiedendo perché tanto accanimento sulle Idi…così improvvise, così ”fatali” tanto da dedicare a quel giorno un capitolo a parte… mi viene in mente una frase di De André chi bene condusse sue vita/male sopporterà sua morte.

Guerre civili

L'aquilifero porta lo stemma di Roma: se lui si volta, è Roma che fugge.Trovarsi davanti un esercito di consanguinei, semmai parenti o e amici, per di più addestrati con le stesse tecniche letali, deve essere obiettivamente impressionante. La scena, chiudendo gli occhi e immaginandola, è molto plastica. Questa, anche per il contenuto, è la mia scena preferita su tutte.

Anche un'altra volta si venne alle mani e i nemici ebbero il sopravvento: in quel caso si dice che Cesare, preso per il collo l'aquilifero che fuggiva, lo fece voltare e gli disse “Là sono i nemici”

Sul Rubicone

In quel momento mutò spessissimo parere ed esaminò molti problemi con gli amici presenti, tra i quali era anche Asinio Pollione: rifletteva sull'entità dei mali cui avrebbe dato origine per tutti quel passaggio, e quale fama ne avrebbe lasciato ai posteri. Alla fine, con impulso, come se muovendo dal ragionamento si lanciasse verso il futuro, pronunciando questo che è un detto comune tra chi si accinge ad un'impresa difficile e audace ”Si getti il dado!” e si accinse ad attraversare il fiume…

Con “si getti il dado” Cesare cita Menandro, il suo autore di commedie preferito, del quale aveva trattato in esametri e l'aveva paragonato a Terenzio ( che invece definiva un Menandro dimezzato, in quanto per lui la vis comica, la forza di far ridere, era molto importante)

Uno slogan involontario

Subito marciò contro di lui con tre legioni e dopo una gran battaglia presso Zela lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. Nell'annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole “Venni, vidi, vinsi”

Credo che aggiungere qualcosa sia inutile. Senza saperlo, Cesare si era coniato quello sarebbe potuto diventare uno stemma di casata o un motto. Ma avrà avuto fretta anche a riferirlo, e nella sua sintetica efficacia, dice tutto quello che ci necessita di sapere su di lui.