Già parecchio tempo fa avevo in mente la missione impossibile di dedicare un paio di righe ad ogni libro citato nella bibliografia. Mi ha smepre frenata il fatto che fossero tanti, alcuni non in mio possesso, altri su cui avevo trovato solo poche righe degne.
Ma è il momento di iniziare. Sarebbe ambizioso parlare di recensione. Mi limiterò a dire perchè ho letto un certo libro, cosa vi ho trovato, di cosa parla.
NON PARLERO' DEGLI DEI, di Alieto Pieri
Ricordo che comprai questo libro con i primi introiti lavorativi, presso un call center in cui dovevo vendere corsi d'inglese. Trecento euro al mese, più provviggioni. Sorvolando sull'affitto da pagare e sul contratto che prevedeva il licenziamento dopo tre giorni di assenza anche con certificato medico, ricordo che prima di entrare per il mio turno, un giorno di fine Giugno, planai nella libreria Minerva, per acquistarlo. Dovetti addirittura chiamare la casa editrice per sapere dove e come reperire il testo, perché io adoro Lucrezio e quindi dovevo avere il libro di Pieri. E' un libro tragico, e bello. Con molta umanità, facendoti sentire vicine le persone di cui scrive, l'autore mostra amicizie, venture, sventure. Scritto con perizia, con minuzia, senza elisioni e virtuosismi. Mia madre e il mio compagno l'hanno adorato. A me è piaciuto molto, èun libro che si fa voler bene, che ti tiene per mano, mi ha aiutata a immaginare di più la dimensione umana di alcuni uomini del tempo. Ma il Lucrezio che mi incanta è quello descritto da Canali nel libro seguente.
NEI PLENILUNI SERENI, di Luca Canali
E' poetico nel titolo e prosegue, doloroso e incantato, la sua poetica lungo tutta la difficile vita di Tito Lucrezio Caro. Come gestione del/dei personaggi, è agli antipodi del testo di Pieri, eppure la bellezza è proprio nella leggiadria con cui si descrive la fatica di uan vita non facile, che invece di incupirsi rifulge nel suo lucido disincanto. Sono pennellate sapienti, più o meno larghe, quelle che disegnano un mondo vivo, fatto del sale delle lacrime,del grasso riso delle sere. E' un libro che ho letto, riletto, consigliato, e non finirò mai di farlo amare. Non a caso, è citatissimo nel sito. Mi sentivo angosciato ma perfettamente padrone dei meccanismi della mia mente. Una meldizione per l'uomo,per il poeta, una benedizione.
IL SANGUE E IL POTERE - GLI IMPERATORI ALLA SBARRA, di Corrado Augias
Non potevo dire che non mi avessero avvisata, ma ho ceduto alla tentazione della curiosità. A parte una voce contraria, mi era stato parlato molto bene di quest'opera e io ero stuzzicata dall'"interattività" del finale. Ossia, quando questi processi agli imperatori vengono messi in scena ai Fori, si può votare. Così come, dopo averne letto la trasposizione cartacea, si può dare il proprio giudizio via mail.
Gli imputati sono tre: Cesare, Tiberio e Nerone. Il libro mi ha lasciato qualche perplessità, cosa che mi accomunerà al signor Domenico anche se le sue remore hanno origine diversa dalla mia.
Parto da una premessa molto tecnica: il processo vero e proprio è una tecnica e un'arte complessa e dolorosa ma, soprattutto, calata nel proprio tempo. Per fare un esempio concreto se io fossi diventata giudice oggi non condannerei mai per oltraggio al pudore chi prende il sole in bikini, mentre avrei ragionato diversamente diventandolo negli anni Cinquanta.
Mi ha stupita trovare Tiberio imputato per la crocifissione di Cristo. Questa punizione era così comune nell'antica Roma che, per coerenza, ogni imperatore dovrebbe essere imputato per averla comminata. Nel libro, quindi, il discorso diventa astorico: nel momento in cui Tiberio era in vita Cristo non era nè più né meno che un profeta carismatico come tanti ce ne saranno stati nelle provincie, non aveva il valore tributatogli dal lettore/giudice di oggi. Se vogliamo prendere Tiberio, estrapolarlo dal suo tempo, portarlo all'anno 2008 d.C. e metterlo a confronto con le leggi dei nostri giorni e il cammino della storia dal suo tempo fino ad oggi allora non possiamo più parlare di processo giuridico. Perché la legge si applica secondo i principi del tempo in cui l'imputato vive. Ovviamente, me ne rendo conto, il mio giudizio è pesantemente influenzato dai miei studi e dalla mia passione per la storia del diritto.
Così mi sono trovata a condannare Cesare con attenuanti (storicamente non era percepita come crimine la decimazione delle popolazioni in guerra, ma umanamente una guerra porta morte), a scagionare Tiberio (non ho dato rilievo ai pettegolezzi svetoniani sulla vita privata, appunto perché senza prove) a sospendere ogni giudizio su Nerone che mi ha fatto, quasi, tenerezza.
LE CONGIURE PARALLELE - IL DOPPIO INGANNO DELLE IDI DI MARZO, di Vincenzo Ciampi
Il signor Vincenzo mi ha fatto l'onore, addirittura, di invitarmi alla presentazione del libro. A causa della distanza e dei trasporti non sono potuta andare, ma l'ho letto volentieri. D'altronde le Idi di Marzo, per essere una vicenda cruenta, hanno acquisito un fascino cupo e un alone mitologico. Ricordano un po' la canzone "Samarcanda": un destino beffardo e determinato, cui è impossibile sfuggire. L'analisi del signor Ciampi è dettagliatissima, scende nel sociale, nel personale, nei discorsi di classe, approfondisce bene le figure dei cesaricidi e mostra le mille sfaccettature di un evento storico nel suo divenire e nel suo avvenire. Tuttavia a livello personale mi lasciano sempre un velo di perplessità i passaggi in cui la figura di Cesare e i suoi congiunti vengono assimilati a dittatori di tempi recenti. Tale perplessità è dovuta a una semplice riflessione, che spontaneamente estendo a tutti i casi analoghi. Ciò che ha fatto grande Roma e il suo lascito è stato l'immenso investimento fatto dai suoi uomini sulla vita terrestre, consapevoli della sua fragilità e incalzati dal grigiore di un Al-di-là che tanto avviliva Achille. Un approccio alla vita e al suo calore molto diverso da quello che fu linfa di altri regimi e che avrebbe fatto sorridere i disincantati Romani dai Campi Elisi.
LE IDI DI MARZO, di Valerio Massimo Manfredi
Sbagli, t'inganni, ti sbagli soldato,
io non ti guardavo con malignità
era solamente uno sguardo stupito
cosa ci facevi l'altro ieri là.
Ti aspettavo qui per oggi a Samarcanda
Eri lontanissimo tre giorni fa:
ho creduto che per ascoltare la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua...
Samarcanda, Roberto Vecchioni
La storia che racconta Manfredi, questa volta, è di una semplicità incredibile eppure avvincente. E' il racconto delle Idi di Marzo e dei giorni immediatamente precedenti che, per altro, mi da l'occasione per parlare un po' di quello che, altrove, chiamai "effetto Samarcanda". Perché, come nella canzone di Vecchioni, c'è un destino implacabile o un caso fornito di ottima mira che viene eluso per mille vie e, alla fine, si ripresenta davanti al protagonista.
La congiura non era stata organizzata accuratamente: c'erano i dettagli, si, ma non abbastanza precauzione. Troppe persone coinvolte. Troppi informati che poi avevano deciso di restare fuori dall'azione sanguinaria, alcuni molto in vista. Altri informati che non condividevano ma non hanno denunciato nulla. Denunciare, però, non è l'esatto sinonimo di parlare. Voci, scritte, messaggi, azioni che si intrecciano e non arrivano al fine cui erano destinate per poco... queste sono le Idi fatali.
Su tutto domina una visione cupa fatta di cieli temporaleschi, strascichi di inverno e atroci ricordi di guerra, avvisaglie di malattia e voglia di fuggire dalla stretta di troppi finti amici interessati mentre i pochi che davvero hanno a cuore la sorte di Cesare intervengono inascoltati e ostacolati. Dal caso, dalla loro posizione sociale, da Cesare stesso. E un'amarissima riflessione su vendetta e perdono, su nobiltà e miseria umana.