nemici

 

POMPEO

La carriera di Pompeo è anomala, gloriosa nel suo inizio, odiosa alla sua fine. Di origini picene, suo padre aveva una vasta clientela grazie alla quale Pompeo poté arruolare un esercito privato che si unì a quello di Silla, con questo esercito combatte in maniera feroce sia in Sicilia sia in Africa al punto che, al rientro a Roma, gli fu concesso il trionfo e l'appellativo di Magnus , Grande, tutto questo nonostante fosse un eques, un cavaliere, non un aristocratico e appena venticinquenne. Qualche anno dopo trionfo sulla Spagna e per questi due trionfi, nonostante non fosse senatore, fui fatto console nel 70 a.C.La coppia consolare di quell'anno si detestava cordialmente: infatti suo collega era Crasso. Quindi, nonostante l'ostilità del Senato verso questo giovane sempre più potente, partì per guerre contro i pirati e contro Mitridate, aveva una clientela vastissima, molte ricchezze e molto onore. Il suo comportamento e i suoi atteggiamenti vagamente da e, in oriente, insospettivano i Senatori conservatori che impedirono di assegnare terre ai veterani, come succedeva dopo ogni campagna militare. Cosa, per un generale romano, assolutamente inaccettabile.

chi sonochi sonochi sonochi sonochi sono
Fu provvidenziale, quindi, il triumvirato perché spartiva un'unica opposizione senatoria su tre forse diverse e convergenti, lo rappacificava di fatto con Crasso e lo legava a Cesare. Con morte di Giulia e di Crasso, quando ormai erano passati anni e il potere di Cesare era aumentato esponenzialmente all'impigrimento di Pompeo, il triumvirato – e ogni possibilità di alleanza – si ruppe: lo scontro tra i due fu inevitabile.Pompeo era un ottimo organizzatore e un buon comandante, ma non uno stratega fulminante, e aveva al suo seguito troppe persone interessate, non sincere. Cesare, in minoranza numerica, sicuramente stanco, ma seguito da un esercito adorante e dotato di audacia, decise le sorti della guerra civile a suo favore sul campo di Farsalo.

La fuga di Pompeo continuò fino all'Egitto, dove fu ucciso da sicari ingaggiati da Tolomeo. Cesare ne pianse. Probabilmente furono lacrime sincere: quella di Pompeo è una fine troppo stridente con l'inizio, in fondo erano andati d'accordo ed erano stati parenti, e nonostante tutto con il proprio avversario si crea sempre un legame, forse perché nell'opposto c'è il simile.

BRUTO

 

Personaggio perseguitato da più di 2000 anni dalla frase ‘anche tu figlio mio? ' e da tempi più recenti dalla definizione shakespeiriana di ‘uomo d'onore'. Bruto era un romano come tanti, non più di molti e forse meno di altri. Era prima di tutto un intellettuale dalla morale rigorosa, che tuttavia non gli evitò- durante un incarico da questore- di lucrare su interessi. Come uomo d'azione o statista non era nulla di eccezionale, e lo dimostrò alle Idi. Se una cosa è certa, è che non era figlio di Cesare. A meno che non fosse stato concepito quando Cesare e Servilia, amanti per anni, frequentavano l'asilo. Quel ‘figlio mio' viene dal greco teknos , un modo affettuoso per rivolgersi alle persone più giovani alle quali si vuol bene, (all'epoca il greco era parlato tra i nobili romani un po' come il francese tra i nobili russi di Guerra e Pace ). Ed è certo che Cesare di bene gliene volesse, anche se mai pensò di adottarlo. Probabilmente l'affetto derivava dal fatto che fosse figlio dell'amante di una vita, e anche dal carattere opposto al suo. Bruto era una persona chiusa e rigorosa, un vero stoico. Era passato, durante le guerre civili, dalla parte di Pompeo ma era stato perdonato da Cesare dopo la battaglia di Farsalo. L'attaccamento al costume dei padri e alla filosofia stoica sono evidenti anche nelle sue scelte di vita, nella sua profonda adorazione verso Catone, del quale tra l'altro sposò la figlia Porzia. Cosa nutriva davvero verso Cesare, i motivi del suo gesto, non ci sono noti e proprio per questo sono stati materiale per i letterati e gli storici. Ovviamente il suo carattere e la sua persona sono stati interpretati diversamente nelle epoche, e al povero Bruto è successo di tutto: è stato elogiato o esecrato, dipinto come un mostro o come un emblema di libertà, si è trovato a uccidersi con lo stesso pugnale usato per uccidere Cesare, come si è trovato – giuro che l'ho letto ma per fortuna non ricordo in quale libro, altrimenti l'avrei esposto al pubblico ludibrio - ancora pargoletto, a giocare ad uccidere l'amante della madre "in action"…. Tutto accettabile, eppure, secondo me, tremendamente limitante.

Dicono di lui

Animo virili, consilio puerili
Cicerone, ad Attico, XV, V


Quid quid vult, valde vult
Cesare su Bruto. Anche quella volta indovinò….

"Agli spiriti speculativi, rinchiusi in se stessi, che vogliono tenersi al di fuori e al di sopra delle passioni del giorno, essi stupiscono la folla, ma no le trascinano, possono essere dei saggi, ma non dei buoni capi partito […] Egli ha voluto compiere la sua azione con una specie di tranquilla dignità: ed è soltanto al sistema che egli ne vuole; in quanto all'uomo sembra che nessun odio lo animi contro di lui. Dopo aver colpito, non l'insulto."
Boissier, Cicerone e i suoi amici, Aequa Roma, 1934

 

 

CASSIO

Ormai accoppiato a Bruto per l'eternità – secondo Dante nelle fauci di Satana - fu la vera anima della congiura. Valente militare, uomo molto intelligente ma di pochi scrupoli, salvò quello che restava dell'esercito di Crasso dopo la disfatta, a Carre, contro i Parti. Durante le guerre successive all'assassinio di Cesare, riuscì a sconfiggere il cesariano Dolabella. Aveva combattuto dalla parte di Pompeo, ma fu perdonato da Cesare e anzi ricompensato con cariche pubbliche, in quanto Cesare ne stimava le capacità. Se il rancore di Bruto può essere filosofico, morale, quello di Cassio è indubbiamente più terreno, e quindi più feroce. Non gli era stata assegnata la carica desiderata, era oggetto di fastidiosi pettegolezzi in quanto sua moglie, Terzia, figlia di Servilia, era probabilmente anche figlia di Cesare, o secondo i maligni ne era l'amante con benestare materno. Cassio si suicidò a Filippi, dopo la sconfitta ad opera dell'esercito cesariano, seguendo la fosca leggenda per la quale chi il giorno delle Idi usò il pugnale contro Cesare, avrebbe fatto lì i conti con il proprio destino.

idi



CATONE

 

cato
Il nostro modo di chiamarlo, Catone l'uticense, serve a distinguerlo da suo avo, il Censore, e lo etichetta con la fine che esso pose alla sua vita, morendo in maniera drastica, come d'altronde era vissuto. Su quest'uomo, di indubbio valore e chiarezza di idee, pesò sempre il ricordo del simbolo che suo nonno era stato per Roma. Era uno stoico, cercava di applicare la filosofia e anche il costume dei padri, conducendo una vita sobria che però non gli impediva di cadere – di tanto in tanto in tanto, ma con tutte le scarpe –nelle lusinghe di Bacco e Venere. Si oppose strenuamente, in Senato, a Cesare, nel 63 a.C., in occasione della congiura di Catilina. Diciamo pure che gli si opponeva sempre, logico, perché erano opposti. Come Sallustio fa notare, erano la punta di diamante di due modi agli antipodi di intendere la vita. Vita che, a quel tempo, era Roma. Come giustamente fa notare Meier, all'epoca non era nato un concetto di costituzione, di Stato, separato dal concetto di vita quotidiana delle masse. Lucido, tagliente, integro e galantuomo, nella vita come nella politica, Catone fu un aristocratico conservatore, difensore ad oltranza dei principi della Repubblica romana. Ma quando vennero le guerre civili, pur schierandosi logicamente con Pompeo, non vi volle creare legami troppo stretti se non sul piano degli ideali. Quello che a lui interessava era contrapporsi alla neme di Pompeo, all'opposto del mondo che lui aveva sempre difeso, dunque andare contro Cesare. E, quando si trovò a governare Utica, al comando di Metello Scipione in Africa, e seppe della vittoria di Cesare a Tapso, del suo avvicinarsi a Utica, conoscendo Cesare, il suo modo di fare, il suo perdonare non sempre per affetto, non volle stare a quel gioco, che gli avrebbe tolto la libertà,prima di tutto interiore. Da stoico integro scelse una morte atroce: si conficcò una spada nel ventre ed evitò le cure, anzi, le rovinò con le sue stesse mani, per morire da uomo libero, da uomo della vecchia repubblica che ormai l'aveva preceduto. Così divenne simbolo, per alcuni di libertà e coraggio, per altri di ottusità. Forse no fu un mostro di simpatia, ma agli occhi della storia la risolutezza nelle sue decisioni, l'umanità della sua perseveranza- condivise o no- non possono essere negate. Paradossalemnte condivide con molti suoi coevi il destino di essere stato usato, dai posteri, come simbolo per le proprie storie,mentre lui - come tutti- visse la propria vita al meglio, in onestà.

Dicono di lui:

"Un reazionario piuttosto ottuso, ma galantuomo. Forse avrebbe avuto anche le idee più aperte se non avesse portato il nome di suo nonno, il grande Censore. Suo nipote aveva un viso accigliato e scontroso, un colorito itterico da pastore protestante, e una bocca acerba da zitella ossessionata dal rimorso dei peccati non commessi. Forse rompeva tanto le scatole perché se le rompeva anche lui a fare il guastafeste”

Indro Montanelli, Storia di Roma, BUR, 1994

Libertà va cercando ch'è si cara

Come sa chi per lei vita rifiuta

Dante Alighieri, Inferno

Victrix causa deis placuit

sed victa Catonis

Lucano, Pharsalia


CICERONE

Non basta una pagina, ci vorrebbe un sito per parlare di un uomo che è riuscito a diventare uno dei simboli della romanità. Cicerone nacque ad Arpino nel 106 a.C – il 3 di gennaio, per essere precisi - da famiglia equestre. Non era un nobile, quindi, e si fece strada nel senato solo grazie alle sue stupefacenti dote oratorie. Ma lo conosciamo abbastanza bene anche come uomo, data la sua vastissima produzione letteraria, anche epistolare.
Il giovane Cicerone si fa notare nel processo contro Verre, durante il quale riuscì con la sua oratoria, ad offuscare anche il celebre Quinto Ortensio Ortalo. Amava la poesia, la filosofia, l'arte, se stesso e i suoi amici, sua figlia Tullia; scrisse tantissime orazioni, epistolarii, opere di filosofia, di retorica: sotto questo profilo non si fece mancare nulla. Polemizzava con i poetae novi , il gruppo di Catullo, che praticava una poesia breve, di disimpegno e finezza stilistica, tuttavia i suoi tentativi di scrivere poesia, ma non era assolutamente il suo mestiere, e non voglio infierire di più. Il suo stile di scrittura è ricco e coerente, capace di passare dall'astrazione alla battuta tagliente, all'enfasi. Non fu un grande statista, probabilmente l'assennatezza lo rendeva pauroso, era piuttosto vanitoso, ambiguo, ma ciò che può apparire risibile se si cerca una storia fatta di eroi, lo rende invece molto umano. Si creò una nicchia nella storia già quando, in veste di console, bloccò la congiura di Catilina, pronunciando le celebri Catilinarie. e orazioni dirette contro qualcuno erano un po' una sua fissazione, e le ultime, le Filippiche – rivolte contro Marco Antonio, velenosissime nella chiara presa di posizione, gli costarono la vita.
cicero

Indubbiamente è stato l'oratore per eccellenza, tanto che il suo nome indica le guide turistiche, gli avvocati, le persone dall'eloquio spiccato, esattamente come il nome di Cesare è diventato sinonimo di capo di Stato. Sicuramente non era un uomo bellicoso, dato che le sue poche imprese o sono gonfiate dalle parole, o sono degli insuccessi, ma provò sulla sua pelle dapprima l'umiliazione di essere un parvenu tra i senatori di famiglia aristocratica, poi un esule, infine di trovarsi sottomesso a Cesare, dato che durante le guerre civili lui si era schierato con Pompeo.
Qualche frase, per rappresentare in tutte le sue contraddizioni, l'uomo:

Coloro che tolgono l'amicizia dalla vita è come se vi togliessero il sole: nulla più bello ci hanno donato gli dei immortali.

Alle volte mi sono pentito di aver parlato, di aver taciuto mai

O Roma, fortunata per essere nata sotto il mio consolato!

Dicono di lui:

“Provo pena per la tua sorte, o amico, e provo vergogna e compassione per i tuoi errori. A che ti serve insegnare agli altri, a che ti giova parlare sempre della virtù con stile ornatissimo, se intanto tu per primo non dai retta a te stesso?”

Francesco Petrarca, leggendo le Epistule

… è indizio di una profonda fiducia nella ragione e nella cultura, e ci mostra in Cicerone un uomo per il quale la cultura fa veramente tutt'uno con la vita, cioè viene calata concretamente nell'esperienza e messa a confronto quotidianamente con i problemi dell'esistenza.

Garbarino, Letteratura latina ,1991